Orchestra AuserMusici
Carlo Ipata, direttore
Stephen Medcalf, regia
Produzione Fondazione Teatro di Pisa
Festival Toscano di Musica Antica AuserMusici
Tesori Musicali Toscani
Simon Corder scene e luci
Massimo Poli costumi
Peter Foster trascrizione partitura e materiale d’orchestra
Carlo Pernigotti, José Francisco Carretero Gil maestri al cembalo
Rodula Gaitanou assistente alla regia
Alda Giannetti; direttore di produzione
Piero Benetti direttore degli allestimenti
Pier Paolo Zoni direttore di scena
attrezzeria Teatro di Pisa; realizzazione costumi Sartoria Teatrale Fiorentina; calzature Sacchi Firenze; parrucche F-M Spettacoli Trieste
Presentazione - Note di regia
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LE DISGRAZIE D’AMORE
dramma giocoso morale(Vienna 1667)
Libretto di Francesco Sbarra
musica di ANTONIO CESTI
(Arezzo 1623 – Firenze 1669)
“Così è lo stile;
Oggi tutto si vende,
E può tutto ottener quegli che spende"
[Le Disgrazie d’Amore,
Adulazione - Atto II Scena 2a ]
Personaggi ed interpreti principali
Allegria Cristiana Arcari
Venere Maria Grazia Schiavo
Vulcano Furio Zanasi
Amore Paolo Lopez
Sterope Enea Sorini
Bronte Antonio Abete
Piragmo Gianluca Buratto
Inganno Carlos Natale
Adulatione Gabriella Martellacci
Avarizia Martin Oro
Amicizia Elena Cecchi Fedi
Un cortegiano Filippo Mineccia
Un Amante Alessandro Carmignani |
Firenze, ottobre 1600, si rappresenta a Palazzo Pitti la “favola per musica” Euridice di Jacopo Peri. La parola, il testo riacquistano la loro centralità drammaturgica ed il teatro musicale può cominciare il suo incredibile cammino in tutta Europa.
Vienna, carnevale 1667: l’aretino Antonio Cesti mette in musica un dramma giocoso-morale, Le disgrazie d’Amore, scritto dal poeta di corte, il gentiluomo lucchese Francesco Sbarra, per il teatro dell’Imperatore Leopoldo.
“Il gran teatro del mondo” deride così la più disordinata fra le passioni umane, quella nella quale s’incontrano bene spesso quei che, vivendo alla cieca [vi] si lasciano totalmente guidare: l’Amore.
Comprato, venduto, deluso, ingannato e finalmente ritrovato, (ma solo con l’aiuto di Amicizia) Amore è metafora della imprescindibile debolezza umana.
Dopo l’incisione effettuata per l’etichetta Hyperion, Carlo Ipata, alla guida di AuserMusici ripropone un titolo pienamente inserito nella tradizione musicale Toscana in un sorprendente allestimento del regista inglese Stephen Medcalf.
PRESENTAZIONE
Le Disgrazie d’Amore
La figura di Antonio Cesti (Arezzo, 1623 – Firenze, 1669), insieme a quella di Claudio Monteverdi e di Francesco Cavalli, occupa un ruolo di primo piano nel panorama dell’opera italiana del Seicento. Se il nome di Monteverdi segna di fatto la nascita dell’opera in musica e quello di Cavalli si identifica con l’opera in stile veneziano, la produzione di Cesti invece si caratterizza per un linguaggio in cui convivono diversi elementi dello stile operistico seicentesco e diverse tradizioni teatrali e compositive (da quella romana a quella veneziana, con un legame sempre molto presente con le radici dell’opera fiorentina). Un linguaggio operistico composito, dunque, che ben riflette il respiro europeo della carriera del “genial aretino”. Non a caso, ripercorrere le tappe più importanti della carriera di Cesti significa richiamare alla memoria le città e le corti europee più attive nel campo dell’opera in musica: Firenze, Roma, Venezia, Innsbruck, Vienna.
Il dramma giocoso-morale Le Disgrazie d’Amore risale al 1667 e si inquadra in un periodo di intensa attività del compositore, nominato da Leopoldo I, nel 1666, “cappellano d’onore” e “intendente delle musiche teatrali “ della corte viennese (in questo periodo viene anche composta un’opera complessa e monumentale come Il pomo d’oro).
Autore del libretto de Le Disgrazie d’Amore è Francesco Sbarra, “gentiluomo lucchese”, fido collaboratore e librettista della maggior parte delle opere di Cesti composte per Vienna. L’opera mette in scena in modo divertito e ironico i perenni alterchi e gli infiniti battibecchi amorosi di Venere e Vulcano, coppia di amanti male assortita, le cui vicende finiscono per coinvolgere una serie di divinità (a cominciare ovviamente da Amore), raffigurate con uno sguardo realistico e dissacratorio, tale da renderle assai più umane che divine. Il soggetto si inserisce sia nel filone comico-caricaturale (con meccanismi drammaturgici che risentono della commedia dell’arte, come i travestimenti e le agnizioni), sia in quello mitologico-allegorico che caratterizza le opere composte per Leopoldo I, sovrano che, oltre a essere compositore egli stesso, si rivela sempre sensibile all’aspetto cerimoniale e propagandistico della sua politica imperiale.
Dal punto di vista musicale, Le Disgrazie d’Amore presenta diversi morivi di interesse, a cominciare dagli splendidi intermezzi strumentali e dalla grandiosa sinfonia bipartita iniziale, a cui devono aggiungersi anche la squisita morbidezza delle linee vocali e l’interessante trattamento contrappuntistico delle voci nei pezzi d’assieme. Un ulteriore elemento che caratterizza quest’opera è l’inserimento di un numero cospicuo di danze (dalla Corrente su cui si chiude il II atto, al Ballo dei Dragoni, fino al Gran Ballo finale che chiude l’opera), una tendenza che, proprio a partire da Le Disgrazie d’Amore, assumerà un rilievo sempre più evidente nelle opere successive composte da Cesti negli ultimi anni della sua trionfale carriera di operista.
NOTE DI REGIA
Le Disgrazie d’Amore
Scritto nei primi mesi del 1667 per Sua Maestà Imperiale Leopoldo I d’Austria, Le Disgrazie d’Amore è un “dramma giocoso-morale”: ma qual è il vero tema del dramma, quale scopo si prefigge? Se dobbiamo credere agli autori, la loro intenzione era quella di celebrare il trionfo del Cattolicesimo su ogni altra religione, non cantandone le virtù,(questo sarebbe stato troppo noioso) bensì mediante la derisione dei vizi degli dei dell’antichità, il cui paganesimo era stato sconfitto dalla Vera Fede. Come afferma Allegria nel prologo:
Ove il culto verace,
Trionfa de la Fede,
Sia depresso al suo piede,
Esposto al’altrui scherno, un dio mendace
Del gentilesmo antico:
Deve del Vincitor esser così.
Ma questa dichiarazione d’intenti, mentre conferisce all’opera una valida raison d’être, nonci convince del tutto. È abbastanza evidente come gli autori fossero intenti non tanto a ridere degli dei dell’antichità, quanto a farsi beffe dei comportamenti e della moralità della Corte di Leopoldo – in altre parole Le Disgrazie d’Amore fu composto come una satira sociale di estrema attualità – e a tutt’oggi ci appare sorprendentemente attuale.
Sbarra e Cesti ci mostrano come il significato dell’Amore sia stato completamente svuotato di valore – esso non è più all’altezza dell’ideale platonico di devozione e abnegazione, non è più il concetto medioevale di amore cavalieresco –, il mondo dell’opera riflette il mondo di Corte dove l’amore è una merce di scambio che può essere comprata e venduta; Amore è venuto a significare Lussuria – l’ossessivo inseguire il desiderio. La lussuria dà adito alla gelosia e a tutti gli altri vizi: gli dei si circondano di adulatori e ingannatori che traggono vantaggio dalla loro Vanità – e gli autori riservano infatti la loro satira più feroce alla Vanità, il più mortale dei vizi capitali.
Anche noi viviamo oggi in un mondo ossessionato dal denaro e dal glamour, unmondo fatto di manipolazione digitale delle immagini e di make over, dove tutti vogliono assomigliare ai propri idoli. In breve, una cultura che attribuisce molto più valore all’apparenza che alla sostanza. Sarebbe facile credere che questo libretto sia stato scritto ieri. Se così fosse, la storia andrebbe pressapoco così:
C’è stato un matrimonio importante tra due VIP, Vulcano e Venere, ma loro sono una coppia completamente incompatibile e litigano costantemente. Inevitabilmente le loro liti domestiche vengono esposte al pubblico scrutinio. Vulcano è un vecchio e ricco industriale che ha creato la propria fortuna con una fabbrica di armi. Sua moglie è un’attrice e modella che ha un desiderio insaziabile di essere al centro dell’attenzione, di affetto e fondamentalmente di sesso che il suo povero marito, fisicamente disabile, non è in grado di soddisfare. Dal punto di vista di Vulcano, lei è così bella e lui così insicuro da non poter tollerare di perderla di vista. La sua gelosia quasi patologica lo sta distruggendo. Il bisogno ossessivo che Venere ha di attirare altri uomini scatena in lei una vanità quasi pari in intensità alla gelosia di Vulcano. Questa vanità è rappresentata simbolicamente dal beauty-case in cui ella custodisce tutti i segreti della propria femminilità. Quando Amore lo apre, scopre con orrore che la sua bellezza è completamente artificiale, nient’altro che una facciata conservata da unguenti, trattamenti e iniezioni.
“Ecco di che composta
è la falsa Beltà, che tanto gosta;
Deh rimirate amanti
Di queste vostre dee le glorie, e i vanti:
un avanzo di Vermi.”
Amore, il nostro terzo personaggio principale, è un bambino cresciuto troppo – viziato, dispettoso e testardo. Sebbeni si comporti male e si diverta a causare dispiaceri al prossimo, fondamentalmente egli è un ingenuo che è facilmente corruttibile. In un mondo dominato da vanità e gelosia egli viene tiranneggiato e manovrato da Avarizia, Adulazione e Inganno.Quando Amicizia temporaneamente lo abbandona, viene a trovarsi completamente impotente e rinchiuso in una gabbia.
Amicizia è forse l’unico personaggio davvero simpatico di tutta l’opera. È aperta, onesta, altruista e intuitiva. Quando ella cade momentaneamente vittima dell’incantesimo d’amore, si trova ad essere temporaneamente cieca e diventa detestabile come tutti gli altri. Ma quando l’incantesimo si spezza, ella riesce a smascherare chiaramente tutti i bugiardi e gli imbroglioni che la circondano. Amicizia è l’unico personaggio a poter offrire qualche speranza di risolvere l’antagonismo esistente tra gli altri personaggi.
Il messaggio fondamentale dell’opera è, a mio parere, profondamente moderno: il sesso non è la cosa più importante nel matrimonio; infedeltà e gelosie possono essere superate; l’amore-passione, pur essendo elettrizzante, è frequentemente distruttivo. Un’affettuosa amicizia all’interno di un matrimonio spesso conduce a un rapporto più sereno e duraturo. Forse l’opera si azzarda a suggerire che in qualche modo l’Amicizia può essere più importante, più profonda, persino dell’amore.
Ciò detto, spero che mi concederete di affermare che la storia de Le Disgrazie d’Amore sipresta incredibilmente bene ad un’estetica contemporanea. Il che è una fortunata coincidenza, dato che con il budget di cui disponiamo non potremmo permetterci un’ambientazione barocca; questa comporterebbe scene impossibilmente costose, costumi, ballerini e un coreografo. Quindi faremo di necessità virtù creando qualcosa di moderno, graffiante e satirico. Ma non vorrei che questa modernità risultasse aggressiva: deve esserci spazio per il sentimento e la fantasia. Ci concentreremo prevalentemente sui personaggi e la loro interpretazione – quindi dobbiamo renderli molto ben caratterizzati e convincenti. L’azione non può essere spettacolare quindi dovrà essere spedita, arguta e toccante – le nostre strategie dovranno essere ingegnose e teatrali.
Ci troviamo su di un palcoscenico vuoto. Non tenteremo neppure di nascondere il fatto che siamo su un palcoscenico vuoto. L’orchestra è visibile in primo piano e costituisce parte integrante dell’azione. Essa sarà il singolo elemento visivo predominante e quindi a lei (l’orchestra) chiederemo di venire coinvolta nella rappresentazione da un punto di vista sia teatrale sia musicale. L’orchestra è circondata da una passerella in modo da portare gli interpreti molto vicini al pubblico, fino al punto di farli muovere nella platea e farli camminare in mezzo agli spettatori. In questo modo speriamo di venire a creare una vera e propria intimità tra gli interpreti e il pubblico stesso.
Sul palcoscenico vuoto introdurremo alcuni elementi scenici emblematici e oggetti di scena – niente di particolarmente decorativo ma solamente ciò che è strettamente necessario per raccontare la storia. Lo spazio sarà illuminato in modo semplice ed elegante da Simon.
Per riassumere,il motto di questa produzione sarà come nel detto inglese “less is more” (più semplice è, meglio è...), o come si esprime Avarizia in modo più umoristico sull’insegna del proprio albergo:
"Quanto più si assottiglia ancora e meglio”.
Stephen Medcalf