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L’olio e il vulcano. Tra filologia e archeologia. Ovvero come imbrattare i muri e mangiare melograni serve a datare l’eruzione del Vesuvio

14 Gennaio 2019
Evento visions

Gli archeologi di oggi non possono che essere un poco affezionati al «formidabil monte / sterminator Vesevo», cantato tra le altre cose anche nella Ginestra di Leopardi. È colpa ma anche merito suo, in effetti, se l’archeologia come disciplina scientifica ha potuto disporre, in epoca moderna, di un campo di studi unico al mondo (anche se proveniente da un’immane catastrofe) come quello dell’area di Pompei ed Ercolano.

Nel 79 d.C. il Vesuvio ebbe una gigantesca eruzione, una delle più distruttive della sua lunga storia geologica. L’enorme nube piroclastica emessa dal vulcano coprì un’area di centinaia di chilometri quadrati, e seppellì sotto uno strato di pomici e cenere le cittadine romane di Stabia, Oplontis, Pompei ed Ercolano. Ma, come talvolta accade, la catastrofe non fu una distruzione totale. La coltre di detriti espulsi dal Vesuvio, e la nube di gas tossico rilasciata la mattina successiva all’eruzione principale, hanno cristallizzato infatti in modo straordinariamente preciso la fisionomia delle città romane sepolte, preservando fino ai primi scavi settecenteschi (e da lì fino a noi) case, ville, strade ed edifici pubblici, negozi e persone, frutta, cibi, iscrizioni, usanze. Una vera e propria fotografia del 79 d.C., un documento straordinario che gli studiosi hanno cercato di analizzare e di capire sempre meglio nel corso degli ultimi tre secoli.

Ma quando è stata scattata, esattamente, questa fotografia unica nella storia? Quale momento preciso del passato riviviamo quando camminiamo per le strade romane di Pompei e di Ercolano? La risposta non è per niente semplice, e proprio pochi giorni fa, il 16 ottobre 2018, è stata annunciata una nuova scoperta epigrafica che potrebbe aiutare a dirimere (definitivamente?) la questione. Ma per capire bene che cosa c’è di tanto interessante nelle più recenti acquisizioni, dobbiamo fare il proverbiale passo indietro, e ricostruire alcune delle ipotesi fornite in passato.

Tradizionalmente, l’inizio dell’eruzione del Vesuvio è datato al 24 agosto 79 d.C., verso mezzogiorno. Sull’anno – confermato anche da una testimonianza, pure per altri versi problematica, dello storico greco Cassio Dione – nessuno discute. Il giorno dell’esplosione, al contrario, è da lungo tempo oggetto di un appassionato dibattito. La data estiva del 24 agosto si ricava in effetti da un documento di importanza davvero cruciale, una celebre lettera nella quale Plinio il Giovane, nipote del naturalista Plinio il Vecchio, descrive all’amico Tacito le circostanze della morte dello zio, avvenuta proprio durante l’eruzione vesuviana. Il passo chiave dell’epistola, per come lo leggiamo oggi, recita in effetti: «Nonum Kal. Septembres hora fere septima mater mea indicat ei apparere nubem inusitata et magnitudine et specie» («Il 24 agosto, verso l'una del pomeriggio, mia madre lo informa che spuntava una nube fuori dell'ordinario sia per la grandezza sia per l'aspetto»). La mater di Plinio è Plinia, sorella dell’altro Plinio: una delle primissime testimoni dell’esplosione del monte. La data secondo il calendario moderno si ricava contando all’indietro nove giorni a partire dal primo giorno di settembre (le Calende, abbreviato in Kal.), estremi compresi: ed ecco il famoso 24 agosto. Ma ecco che cominciano anche, almeno in via ipotetica, i problemi.

Come tutti i testi di epoca classica, le epistole pliniane ci sono giunte in effetti solo attraverso una catena piuttosto lunga di manoscritti, copiati l’uno dall’altro dall’autografo – il testo originale della lettera di Plinio – giù giù fino ai codici di cui disponiamo ancora oggi. Basandosi sui manoscritti a noi noti, e sugli errori di copia identificabili all’interno del testo che questi riportano, i filologi hanno preparato uno stemma (un albero genealogico che apparenta i manoscritti, mostrandone in forma schematica le correlazioni) e su questa base ricostruito il testo più vicino possibile all’originale: un archetipo.

Il sistema è certamente piuttosto accurato. Dovremmo allora fidarci ciecamente delle calende di settembre, e giudicare il testo pliniano una prova incontrovertibile del fatto che l’eruzione sia effettivamente avvenuta in agosto? Non proprio. La filologia insegna anche che l’archetipo ricostruito può a sua volta essere viziato da errori molto antichi, anteriori al manoscritto al quale tutti i manoscritti a noi noti possono essere fatti risalire, e quindi appartenenti giocoforza ad una zona d’ombra, opaca alla ricostruzione stemmatica. Per usare una metafora genetica, i codici di Plinio sono come una numerosa famiglia con una preponderanza significativa di occhi neri; tutti questi occhi neri portano a pensare con ragionevole sicurezza che anche il bisavolo (l’archetipo) – antenato comune a tutti i parenti che conosciamo e vissuto prima dell’epoca della fotografia – avesse gli occhi neri; ma questa ragionevole ipotesi non vieta di pensare che il trisavolo (l’originale di Plinio, nella nostra metafora) potesse avere invece dei sorprendenti occhi azzurri, geneticamente latenti e non espressi affatto nel gruppo familiare che possiamo studiare oggi.

Insomma: in linea di principio Plinio potrebbe benissimo aver indicato un’altra data nel redigere la lettera per Tacito; ma questa data, quella vera, potrebbe poi essersi smarrita tra le pieghe della storia, lavata via nel calamaio di qualche copista distratto.

E ci sono in effetti alcune ragioni per pensare che le cose possano – e forse debbano – essere andate proprio così. Sin dalla fine del Settecento, alcuni ritrovamenti archeologici dell’area di Pompei sembravano mostrare una situazione incompatibile con un’eruzione estiva. Già nel 1797, l’erudito napoletano e vescovo di Pozzuoli Carlo Maria Rosini evidenziava da un lato la non completa omogeneità della tradizione manoscritta di Plinio – alcuni codici mancano per esempio dell’indicazione del mese –, e adduceva d’altro canto importanti dati archeologici che corroboravano semmai l’ipotesi di un’eruzione tardo-autunnale. A Pompei ed Ercolano sono state in effetti ritrovate tracce di fichi secchi, castagne e melograni, ma anche di uva, datteri e pigne. Nell’atrium di molte case, inoltre, sono stati rinvenuti dei bracieri: un po’ come se gli abitanti avessero acceso il riscaldamento nelle proprie ville. E in almeno un caso un tappeto è stato ritrovato a copertura di un pavimento mosaicato: anche questo, forse, da interpretare come segno di un autunno già rigido, da temperare con vari mezzi. Per tutti questi motivi, Rosini proponeva di correggere il testo di Plinio in «Nonum Kal. Decembres», e di spostare così la data dell’eruzione al 23 novembre del 79.

In seguito, molti altri archeologi – per esempio Michele Ruggiero nel 1879, e Umberto Pappalardo nel 1990 – sono tornati sul tema, da un lato confermando il ritrovamento di specie vegetali non compatibili con i raccolti di agosto, e di indumenti incongrui rispetto alla canicola estiva, e aggiungendo però anche nuove scoperte. Nel 2006 Grete Stefani, attuale direttrice dell’Ufficio Scavi di Pompei, ha annunciato la scoperta di una moneta d’argento che, se la lettura che ne è stata data è corretta, indicherebbe la quindicesima acclamazione imperiale di Tito; ma in due lettere dello stesso imperatore, datate al 7 e all’8 settembre del 79, il nome di Tito è accompagnato dall’indicazione di quattordici acclamazioni soltanto. Sembrerebbe quindi inevitabile post-datare l’eruzione rispetto al 24 agosto: come avrebbe fatto altrimenti una moneta emessa al prima due settimane dopo l’eruzione a finire in mano ad una delle sue vittime?

A tutti questi dati archeologici si sono aggiunti del resto, in anni recenti, anche dati statistici e interpretazioni provenienti dalle cosiddette scienze dure. Nel 2007, ad esempio, sul «Journal of Volcanology and Geothermal Research» è stato pubblicato un articolo che studia la direzione prevalente dei venti d’alta quota in relazione alla distribuzione delle ceneri eruttate dal Vesuvio: mentre i venti di agosto tendono a soffiare in quell’area verso ovest, il materiale piroclastico dell’eruzione del 79 si è diretto al contrario verso sud e sud-est – che è invece proprio la direzione più tipica per i venti autunnali nella medesima area (Giuseppe Rolandi et al. 2007).

Nei giorni scorsi, una nuova iscrizione scoperta nella Casa con Giardino di Pompei ha riacceso l’interesse – anche del grande pubblico – per la questione.  L’annuncio della scoperta è stato dato lo scorso 16 ottobre dal Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei Massimo Osanna, in occasione della visita del Ministro per i Beni e le Attività Culturali Alberto Bonisoli al sito archeologico campano, e in particolare alla Regio V di Pompei, in cui si trova la Casa con Giardino. Quando avvenne l’eruzione, questa dimora elegante – peraltro ricca di interesse storico-artistico, per il suo portico e i suoi ambienti affrescati e per le sue megalografie, e paleobotanico, per il giardino che le ha dato il nome – era in corso di ristrutturazione. Alcuni ambienti appaiono dunque riccamente ornati, con pavimentazioni e decorazioni parietali di pregio, mentre altri non erano neppure intonacati.

Proprio nell’atrio e nel corridoio d’ingresso, all’epoca in corso di restauro, sono state ritrovati numerosi graffiti e scritte a carboncino: muri imbrattati probabilmente per il divertimento degli operai, che in ogni caso avrebbero di lì a poco ricoperto tutto d’intonaco, nascondendo così i loro frizzi e le loro caricature – naturalmente, se il Vesuvio non avesse deciso di eruttare, cristallizzando la scena. Tra i numerosi graffiti, la nostra iscrizione ha suscitato tanto scalpore perché inizia con una data, perfettamente leggibile: «XVI (ante) K(alendas) Nov(embres)». Sedici giorni prima delle Calende di novembre, ovvero il 17 ottobre. Dell’anno non si fa menzione, ma date le circostanze del rinvenimento (la casa in corso di ristrutturazione, evidentemente interrotta proprio dall’esplosione del vulcano) è assai probabile che si tratti appunto dell’ottobre del 79 d.C. ­– pochi giorni prima dell’eruzione.

La scoperta, come si vede, è senz’altro molto importante, anche se non fa che aggiungere un elemento di carattere molto esplicito alla lunga serie di indizi accumulati da quasi duecento anni di lavoro archeologico e filologico sul problema pompeiano. L’idea che l’eruzione potesse essere avvenuta in autunno, come abbiamo visto, circola in effetti da almeno duecento anni tra gli studiosi. Tuttavia, l’esplicitazione di una data posteriore al 24 agosto compiuta dalla nostra scritta ha senza dubbio un valore probatorio molto significativo, ed è certamente giusto annunciare la nuova scoperta come un’acquisizione di sicuro rilievo negli studi. Tutto però, nel campo della conoscenza umana, è vero solo fino a prova contraria. E ne è testimonianza perfetta l’ultima (per ora!) parte della nostra storia.

Subito dopo l’annuncio del ritrovamento dell’iscrizione, la paleografa toscana Giulia Ammannati – che da anni insegna Paleografia latina alla Scuola Normale, dove si è anche formata come allieva del corso ordinario e di quello di perfezionamento – ha proposto in via privata al Direttore Osanna una nuova lettura della scritta, di cui è stata data notizia il 20 ottobre. La prima lettura che ne era stata data dal Parco Archeologico di Pompei, su consulenza dello studioso Antonio Varone, dopo la data ottobrina, è «in[d]ulsit / pro masumis esurit[ioni]», cioè «indulse al cibo in modo smodato» (dove pro masumis sta per pro maxumis, «al massimo»). Si tratterebbe dunque, in modo coerente con il contesto ludico-caricaturale dei graffiti, di una presa in giro di qualche ghiottone, protagonista il 17 ottobre di una mangiata colossale – degna, letteralmente anche se in modo preterintenzionale, di passare alla storia. Per quanto stuzzicante sia questa ipotesi pantagruelica, per Ammannati la lettura più probabile del passo è però un’altra: dopo la data, l’imbrattamuri di Pompei avrebbe scritto «in olearia / proma sumserunt [...]», cioè qualcosa che in prima battuta potrebbe essere tradotto come «hanno preso nella o dalla dispensa olearia [...]», insomma nei magazzini dell’olio, o forse in una “cella olearia”.

Anche se non modifica la data dell’eruzione, che è stata finora la nostra principale preoccupazione storico-scientifica, la nuova lettura è un tassello importantissimo della nostra storia. Il lavoro di Ammannati testimonia infatti innanzitutto di come non si dia mai – nelle lettere così come nelle scienze – verità definitiva: il concorso degli studiosi modifica costantemente l’interpretazione dei dati a nostra disposizione, affinando a mano a mano le nostre conoscenze, ma il processo di avvicinamento alla verità (qualcuno preferirà forse dire: ad una verità) è sempre asintotico, mai dato una volta per tutte. Ci sono poi molti altri motivi di interesse in questa nuova lettura, nessuno secondario. La scritta sarebbe in effetti a questo punto un’indicazione di servizio, e non una battuta goliardica, e rimanderebbe inoltre, come tale, ad un ambiente per la conservazione dell’olio realmente esistito – e quindi, è lecito supporre, esistente, ritrovabile. Le parole, insomma, ci invitano in questo caso immediatamente a cercare delle cose; e una più accurata lettura paleografica sta inducendo da subito gli archeologi – come ha dichiarato prontamente il direttore Osanna – a dedicare nuovi sforzi al ritrovamento della ormai famosa «cella olearia» (gli scavi, in effetti, sono ancora in corso e devono essere completati).

Una scoperta archeologica – l’iscrizione – innesca insomma un’ispezione paleografica e se vogliamo filologica – la lettura dell’iscrizione – che crea un nuovo paradigma d’indagine, e innesca così un nuovo meccanismo di ricerca archeologica. Si tratta insomma di un circolo fruttuosissimo di cose generate da parole, davvero appassionante non solo per i suoi esiti concreti di conoscenza, ma anche più in generale dal punto di vista epistemologico. E questo circolo dell’olio può anche essere esteso ad abbracciare da un lato Plinio, e dall’altro i vari ritrovamenti archeologici cui si è fatto cenno sopra – le castagne, il mosto e i melograni di cui gli abitanti di Pompei hanno goduto (forse non «in modo smodato») poco prima dell’eruzione che li ha fermati nel tempo. I nuovi ritrovamenti di cose pompeiane, in effetti, e la nuova iscrizione in particolare, costringeranno a riconsiderare le parole di Plinio, cambiando, nell’epistola a Tacito, la parola Septembres con la parola Novembres, e ottenendo così finalmente la data del 24 ottobre 79 d.C., che è già apparsa peraltro su tutti i giornali come la nuova, vera data dell’eruzione del Vesuvio.

Quel che è più interessante è però che la filologia e l’archeologia – che sono in un certo senso rispettivamente lo studio delle parole del passato, e lo studio delle cose di quel passato – in questa vicenda vanno davvero a braccetto: le concrete scoperte di Pompei vanno a correggere e modificare il testo di Plinio, in un modo che la filologia da sola non avrebbe sospettato, e le parole di Plinio d’altra parte offrono la precisione di un giorno e di un’ora, che l’olio e il melograno non avrebbero saputo in alcun modo fornire.

D’altro canto, il modo in cui tutta questa storia è stata divulgata sulla stampa e online ci offre forse un’altra piccola lezione, quasi antropologica, sul rapporto degli uomini con quello che si vede e quello che si legge. Come abbiamo visto, l’idea di un’eruzione autunnale era nell’aria, e nelle scoperte archeologiche, paleobotaniche e geologiche, da moltissimo tempo: ma la forza delle parole, di un testo dato e trasmesso come quello di Plinio, era stata fino ad ora decisamente più forte. Ci sono volute altre parole, ritrovate in situ, ma pur sempre parole, per convincere la nostra umanità di lettori che il testo pliniano poteva effettivamente essere sbagliato. Oltre che per l’intrinseco appeal della notizia, e la necessità giornalistica ovvia di presentare il tutto come news, novità assoluta e imprevista, mi sembra questo uno dei motivi profondi del ritrovato interesse del grande pubblico per Pompei. L’idea che l’eruzione non sia affatto avvenuta in agosto non ha raggiunto l’opinione pubblica prima di questo ottobre, anche se è in giro almeno dal 1797, perché non c’erano parole antiche e autorevoli a supportarla – fossero anche quelle di un operaio buontempone. Quando Rosini, alla fine del Settecento, propose sulla base dei melograni di cambiare la datazione, e quindi il testo di Plinio, si preferì credere al testo tràdito di Plinio piuttosto che ai melograni. Oggi, invece, possiamo leggere le parole che un operaio diligente – non così vandalico, dopo tutto – ha scritto sul muro per segnalare un prelievo d’olio dalla dispensa, e sappiamo dunque che quest’uomo era vivo quando secondo Plinio avrebbe già dovuto essere morto sotto le ceneri del vulcano. E allora, sorprendentemente, crediamo anche che quell’uomo, prima di morire, abbia potuto mangiare dei melograni.

Marco Signori

Si ringrazia Giulia Ammannati per la preziosa consulenza