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La mano di Domenico. Una nuova Adorazione dei magi di El Greco

14 Gennaio 2019

L’Adorazione dei Magi dell’Accademia Nazionale di San Luca (foto di Fabrizio Biferali)

Evento visions

Roma, 1570-1572

Roma, 1570. Un giovane pittore cretese arriva da Venezia nella città dei papi. Aveva cominciato il suo apprendistato a Creta, possedimento della Serenissima, come pittore di icone; divenuto giovanissimo maestro d’arte, si era spostato in Italia – proprio a Venezia, dove, secondo la testimonianza del miniaturista Giulio Clovio, era stato discepolo di Tiziano, ormai ottantenne. Il giovane si chiama Domínikos Theotokópoulos, e di lì a poco per tutti sarà El Greco, il primo maestro del Siglo de Oro spagnolo.

A Roma Domínikos entra sotto l’ala protettiva del cardinal Alessandro Farnese. Il sodalizio con il Farnese, però, dura poco: nel 1572, in circostanze ancora ignote, i due si separano, e Domínikos si iscrive all’Università dei pittori. L’Università era un’antichissima corporazione di mestiere, all’epoca la più importante in campo artistico: tutti coloro che desiderassero praticare la propria arte erano tenuti a iscrivervisi, dietro pagamento di una tassa. Entro la fine del secolo, l’Università sarebbe andata incontro a un profondo processo di riforma, per diventare ufficialmente, nel 1593, l’Accademia di San Luca. L’istituzione – ora Accademia Nazionale di San Luca – è tuttora attiva nella promozione delle arti, e gestisce un vasto patrimonio artistico. È proprio da questo patrimonio che, oltre quattrocento anni dopo la visita di El Greco, è emerso un nuovo tesoro.

 

Atene, 1934

ΧΕΙΡ ΔΟΜΗΝΙΚΟΥ, la mano di Domenico. L’espressione compare su due piccole icone – un’Adorazione dei magi e un San Luca – nel mercato di Atene nel 1934, tra gli oggetti d’arte in vendita dal celebre mercante Theodoros Zoumboulakis. Zoumboulakis è convinto che la firma, “mano di Domínikos”, non possa che essere quella di Domínikos Theotokópoulos, El Greco: le prime due icone mai viste del maestro cretese. La vendita non va benissimo, perché la paternità delle opere è contestata: il collezionista Antonis Benakis si aggiudica l’Adorazione per 104.000 dracme, al prezzo delle altre icone non firmate. Di lì a poco, però, i massimi esperti dell’epoca confermano la paternità: la mano è senz’altro quella di El Greco. Benakis decide così di esporre l’opera nel museo che aveva di recente fondato, il Museo Benaki ad Atene, dove è tutt’ora conservata. L’Adorazione (tempera all’uovo su tavola, 40 x 45 cm) è oggi pressoché unanimemente considerata una delle ultime opere realizzate da Domínikos mentre si trovava a Creta (dunque databile intorno alla metà degli anni Sessanta del Cinquecento): nonostante la tecnica sia ancora per molti versi bizantina, la scelta dei colori e l’interesse per gli elementi architettonici e per la prospettiva (la Vergine è assisa tra le rovine di un edificio rinascimentale) mostrano già l’avvicinamento dell’artista alla pittura italiana. Poco prima di lasciare Candia per la Serenissima, Domínikos dipinge dunque un’icona che ha già in sé molti dei tratti di fascinazione per l’arte occidentale che emergeranno nella sua produzione di poco successiva. Ma l’Adorazione di Creta era destinata a non rimanere l’unica dipinta da El Greco.

 

Roma, 2018

Lo storico dell’arte Fabrizio Biferali si trova all’Accademia di San Luca, e sta lavorando a un progetto sui rapporti culturali e artistici tra Spagna e Italia a metà Cinquecento, co-finanziato dall’Accademia (sotto la presidenza di Gianni Dessì) e dalla Scuola Normale (sotto la guida della professoressa di Storia moderna della Normale, Stefania Pastore). Nei depositi dell’Accademia, si imbatte in un dipinto a olio su tela di medie dimensioni (148 x 173,5 cm), che fa parte di un fondo arrivato all’Accademia nel 1877, attraverso un cospicuo lascito del collezionista romano Salvatore Originali.

Alla tela era stata dedicata scarsa considerazione, e l’Accademia l’aveva genericamente attribuita a scuola veneta del XVII secolo. Biferali, però, nota una cosa che fino ad allora era sfuggita a tutti: il dipinto, mal ridotto e in cattivo stato di conservazione, è pressoché identico, dal punto di vista iconografico, all’icona che raffigura l’Adorazione dei magi dipinta da El Greco e conservata ad Atene. Non solo il soggetto è il medesimo (un’adorazione dei magi, appunto), ma anche la composizione è di fatto sovrapponibile: la Vergine, seduta tra alcune rovine rinascimentali, solleva il Bambino che riceve i doni dei magi, seguiti da un corteggio di cavalieri. Il dipinto ha anche, naturalmente, alcuni aspetti di originalità: il paesaggio sullo sfondo è più definito, l’abbigliamento dei personaggi è più ricercato, e anche la tecnica è più avanzata – emergono i chiaroscuri, e i colori impiegati dall’artista sono più ‘veneziani’, più in linea cioè con le scelte cromatiche della pittura italiana, e veneziana, cinquecentesca. Ma la somiglianza è impressionante: così, nella primavera del 2018, insieme a Biferali, l’Accademia decide di avviare le prime operazioni di pulitura e di messa in sicurezza dell’opera. Il restauro – curato da Fabio Porzio sotto la supervisione di Aurelio Urciuoli della Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma – e le indagini scientifiche rivelano che l’intuizione di Biferali è corretta: a mano a mano che il particellato atmosferico e gli strati di interventi successivi (resi necessari da uno stato di conservazione della tela molto problematico) venivano rimossi, emergevano molte delle caratteristiche della tecnica pittorica di El Greco. Un esempio su tutti: El Greco era solito utilizzare, come da tradizione cretese, una lacca rosso-violacea per i profili delle carni dei personaggi. La stessa tecnica si riscontra nell’Adorazione dell’Accademia di San Luca, dove la lacca è impiegata per creare le ombre o sottolineare i contorni dei volti dei personaggi, e persino delle loro vesti: l’artista stende piccole pennellate per dipingere i particolari anatomici dei suoi personaggi – piccoli colpi di pennello che sono poi diventati una delle firme stilistiche di El Greco. O ancora, si può osservare la minuzia con cui l’artista dipinge ‘in punta di pennello’ la pelliccia di ermellino di uno dei magi: la stessa minuzia si ritroverà alcuni anni più tardi nella celebre Dama dell’ermellino, dipinta da El Greco a Toledo (1577-1580).

Arrivato a Roma da Creta dopo un soggiorno a Venezia, El Greco ha dunque ripreso un tema iconografico che aveva raffigurato soltanto qualche anno prima, l’adorazione dei magi. Al momento non possiamo ricostruire la storia di questo nuovo dipinto – chi fosse il committente e quale fosse il suo scopo, o come sia finito nella collezione di Salvatore Originali. Ma l’intuizione di Fabrizio Biferali, unita al paziente lavoro di recupero condotto da Fabio Porzio, costituisce senz’altro una scoperta di grande importanza: la mano di Domenico, anche su questa seconda Adorazione.

Francesco Morosi