Proiezione de "Il cielo sopra Berlino"
IL CIELO SOPRA BERLINO
(Der Himmel uber Berlin)
di Wim Wenders
con Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand, Curt Bois
Durata: 130'
Produzione: Germania, 1987
Premi principali: Festival di Cannes (1987): Miglior Regia; European Film Awards (1988): Miglior Regia, Miglior Attore non Protagonista (Curt Bois); National Society of Film Critics Award: Miglior Film
Vagando tra monumenti e terreni deserti, case private e vagoni della metropolitana, l’angelo Damiel osserva la vita delle persone, ascoltandone i pensieri. La sua è un’esistenza puramente spirituale: gli angeli, che si riuniscono nella biblioteca di Stato di Berlino Ovest, sono visibili solo ai bambini e non possono interferire con le decisioni degli esseri umani. Proprio su questa esistenza, allora, Damiel inizia a interrogarsi, confrontandosi con l’amico Cassiel sulle implicazioni della sua natura angelica. Nel suo vagare, due incontri saranno decisivi: quello con un attore impegnato nelle riprese di un film e quello con Marion, trapezista che lo vede in sogno.
Nel 1984, dopo il successo di Paris, Texas (Palma d’oro, 1984), e dopo quasi otto anni trascorsi negli Stati Uniti, Wim Wenders torna in Germania e si stabilisce a Berlino. È qui che nasce l’intenzione di girare un film sulla città, che «è divisa come il nostro mondo, è scissa come il nostro tempo» e in cui il cielo è «oltre al passato ovviamente, l’unico elemento comune» alle due metà. La protagonista del film è proprio Berlino, città che parla nei pensieri dei suoi abitanti, paesaggio urbano precario in cui, tra nuovi contesti underground ed enormi terreni abbandonati, rivivono le immagini delle macerie dei bombardamenti. Per scoprirla, il regista rifiuta il punto di vista di un personaggio tradizionale, comune ai suoi film precedenti, e cerca un’idea che gli permetta di «attraversare il Muro, entrare in una casa per la finestra, guardare la gente nella metropolitana». L’ispirazione arriva, probabilmente, dalle poesie di Rainer Maria Rilke: avvicinatosi, dopo il rientro in Germania, ai suoi scritti «popolati da angeli», Wenders sceglie infatti di seguire un angelo nel suo percorso per la città. L’originalità stilistica de Il cielo sopra Berlino poggia allora sulla natura angelica di Damiel, che nella memorabile interpretazione di Bruno Ganz è un angelo attento, a tratti delicatamente ironico, capace di alternare con naturalezza uno sguardo di stupore quasi infantile alla difficoltà dei dialoghi del co-sceneggiatore Peter Handke, scrittore prolifico ma controverso – vicino al nazionalismo serbo – a cui nel 2019 è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura. È su questa natura angelica che il film riflette, ponendo la domanda, cara al regista, di «come dobbiamo vivere». Damiel vive infatti in bianco e nero, non conosce i colori né le sensazioni, custode invisibile di un’umanità che può solo assistere e, entro certi limiti, confortare. Gli unici in grado di vederlo sono i bambini, depositari di una prospettiva originale che per tutto il film è ricordata dalla litania Quando il bambino era bambino e che, con Alice nelle città (1974), era già stata oggetto dell’attenzione di Wenders. E gli angeli, nella dedica conclusiva ad Andrej Tarkovskij, François Truffaut e Yasujirō Ozu, non sono altro che i registi, osservatori del mondo con l’apparente mandato di non interferire. È la disubbidienza a questo mandato, però, l’innesco narrativo del film, che quindi proprio nel finale suggerisce la possibilità che il cinema abbia una vita propria, libera, nella realtà. Il tema del cinema e della figura del regista è del resto centrale nell’opera di Wenders, già vincitore del Leone d’oro per Lo stato delle cose (1982), film che segue le vicende di una troupe. Ne Il cielo sopra Berlino, l’elemento metacinematografico assume quindi un significato di continuità tematica, fornendo inoltre un pretesto per una delle apparizioni più leggere e improvvisate del film, quella di Peter Falk, famoso nel ruolo del tenente Colombo e chiamato da Wenders in quanto «talmente noto da poterlo riconoscere subito». In questa straordinaria scelta del cast si inscrive senz’altro il debutto cinematografico di Solveig Dommartin, che in sole otto settimane impara a muoversi sul trapezio, svolgendo senza controfigure l’intero numero acrobatico ambientato al circo Alekan, così chiamato in onore di Henri Alekan, il direttore della fotografia. È proprio Dommartin a raccontare la genesi dei suoi monologhi interiori: «Erano prevalentemente un amalgama di frasi che avevo sottolineato in un libro di Peter (Handke), Il peso del mondo, che Wim mi aveva chiesto di leggere […]. Quando abbiamo registrato ho anche improvvisato, così che ci sono alcuni pensieri completamente personali. E infine ci sono anche alcune piccole cose scritte da Wim […]. E tutti i pensieri (degli altri personaggi) sono stati scritti insieme agli attori, dopo la fine delle riprese, davanti allo schermo». Un’eccezione sono i monologhi di Omero, scritti appositamente da Handke per un personaggio ideato da lui stesso e ispirato a un dipinto di Rembrandt. Cantore solitario di una città distrutta, Omero propone una riflessione che fa da controcanto a quella di Quando il bambino era bambino, e che nella sua complessità lucida e attuale – «Ancora nessuno è riuscito a cantare un epos di pace» – contribuisce a rendere Il cielo sopra Berlino un’opera ricca e stratificata, in cui la dimensione intima e aerea del pensiero si fonde con il peso della memoria collettiva.
Sinossi e critica a cura di Mariastella Cascone e Matteo Cirillo
Introduzione alla proiezione e dibattito a cura di Edoardo Pinti e Lorenza Graglia
Film in versione originale sottotitolata