Il Cinema della Normale: Porcile di Pier Paolo Pasolini
PORCILE
di Pier Paolo Pasolini
Durata: 98'
Italia, 1969
con Ugo Tognazzi, Franco Citti, Jean-Pierre Léaud, Ninetto Davoli, Pierre Clémenti, Alberto Lionello
Versione restaurata
Introduzione e dibattito a cura di Matteo Cirillo
Due lapidi sull’indisciplina e la trasgressione, e sulla punizione che ne consegue, introducono lo spettatore a un film articolato su due vicende separate ma parallele, accomunate dalla presenza di un protagonista completamente estraneo al mondo che lo circonda. La prima storia si svolge in un passato indefinito, una sorta di Basso Medioevo dai contorni primitivi, dove un giovane vaga senza meta alle pendici di un vulcano. In un paesaggio brullo, immerso in un silenzio assoluto, il ragazzo sembra interessato al solo soddisfacimento di una fame insaziabile che lo rende incomprensibile, e dunque pericoloso, per chi gli si avvicina. La seconda si concentra sul contrasto generazionale tra un ricco industriale tedesco, rapace e autoritario, e suo figlio, figura troppo debole per seguire le orme paterne, ma anche eccessivamente disincantata per aderire agli slogan contestatori del movimento studentesco. Completamente avulso dal mondo circostante, il giovane Julian vince l’apatia nascondendo una perversione che, progressivamente, finirà per distruggerlo.
Porcile è uno dei film più ambigui e cupi di Pasolini. Realizzata in poche settimane e con un budget contenuto, la pellicola si pone in stretta continuità con Teorema: girata appena un anno dopo, nel 1969, prosegue l’analisi del mondo altoborghese, osservato con una spietatezza persino maggiore mentre in Italia le manifestazioni di piazza tumultuano, con alle porte l’autunno caldo. Colpisce come Pasolini paia in realtà presagire l’ondata di protesta, dal momento che Porcile nasce da una tragedia (proprio come Teorema, che ha origine in una pièce, poi mai completata) scritta tre anni prima, quando il movimento degli studenti viveva ancora una fase embrionale. Ma se in Teorema l’arrivo dell’Ospite poteva garantire una speranza di salvezza, qui l’elemento esterno manca, dunque la palingenesi è impossibile e chi, come Julian, tenta di smarcarsi autonomamente dalle logiche della società e della famiglia contemporanee è costretto a soccombere. Questo figlio debole del Sessantotto, che come Pasolini non si riconosce neanche nei “capelloni”, abdica di fronte a una nuova e più sottile forma di potere, esemplificata nell’alleanza stretta tra i signori Klotz (il padre di Julian) ed Herdhitze. Il vecchio imprenditore umanista e repressivo lascia spazio al magnate del nuovo totalitarismo, quello consumistico, che dietro la maschera bonaria di una finta tolleranza mira a controllare le coscienze. Il “porcile” che dà il nome al titolo non è quindi soltanto il teatro fisico dove emerge scopertamente l’anomalia di Julian, ma anche la società che sta trionfando, il “penitenziario del consumismo”, come Pasolini lo avrebbe definito nelle Lettere luterane. Apparentemente, è difficile armonizzare il momento narrativo moderno con l’altro, arcaico, non presente nella tragedia originale. Per quanto di ardua interpretazione, anche in ragione di un silenzio interrotto soltanto alla fine dell’episodio, questo può essere letto come la proiezione dei desideri di Julian: il ferino protagonista della sequenza si estrania dalla società esattamente come il giovane tedesco, ma lo fa con un vitalismo che gli permette di affrontare a viso aperto l’inevitabile disfatta. Ed è nella cornice ancestrale e brulla (ispirata al Simón del desierto di Buñuel) che, come di frequente in Pasolini, emerge la resistenza di un sacro, accompagnato da lunghe inquadrature e da una recitazione fortemente espressionistica. Questa accomuna non solo i personaggi dell’episodio arcaico, ma anche Maracchione, contadino al servizio dei Klotz interpretato dal solito Ninetto Davoli, figura ancora felicemente ingenua, priva dell’impostazione formale e profondamente grottesca dei padroni. Una luce di speranza, insomma, in un’opera fosca e disturbante, che ha il pregio di lasciar emergere, tanto con suggestioni visive quanto attraverso la componente ideologica, alcune delle tensioni essenziali del pensiero pasoliniano.
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A cinquant'anni dalla tragica scomparsa, la Scuola Normale Superiore celebra Pier Paolo Pasolini, attraverso un programma di iniziative che tenta di indagare le molteplici sfaccettature intellettuali e artistiche e di illuminare l'eredità e la perdurante attualità di una delle figure più importanti e controverse del '900.
La rassegna, in collaborazione con Cinema Arsenale e Toscana Produzione Musica, è promossa anche dall'alleanza europea EELISA nell'ambito degli EELISA Days e si svolge dal 2 novembre al 15 dicembre (vedi il programma completo).