Il Cinema della Normale

Proiezione de "Il posto delle fragole"

Il Cinema della Normale: Sweet Dreams (Are Made Of Film)

IL POSTO DELLE FRAGOLE

(Smultronstället)

di Ingmar Bergman

con Bibi Andersson, Max von Sydow, Ingrid Thulin, Victor Sjöström, Gunnar Björnstrand

Durata: 95'

Produzione: Svezia, 1957

Premi principali: Orso d’oro, Festival internazionale del cinema di Berlino (1958); Premio della critica, Mostra internazionale d'arte cinematografica (1958); Miglior film straniero, National Board Review (1959); Miglior film straniero, Golden Globe (1960)

Isak Borg, eminente professore di medicina, viene invitato a ritirare un’onorificenza accademica a coronamento della prestigiosa carriera. Intraprende così un viaggio da Stoccolma, città in cui abita, a Lund, dove gli sarà conferito il premio, accompagnato dalla nuora Marianne. Durante il tragitto si imbattono in diversi personaggi: tre giovani, una coppia in crisi, un benzinaio, l’anziana madre di Isak. Saranno questi incontri, insieme ai vari sogni del professore, che ne fanno gradualmente emergere il passato, a spingerlo a riflettere sulla propria vita e a riconsiderarne il senso.

“Il posto delle fragole” è il film che consacrò definitivamente Ingmar Bergman agli occhi della critica internazionale. Uscito alla fine del 1957, rappresentò il culmine di un periodo di intensa attività artistica, in particolare in campo teatrale, del regista, che alternava la messa in scena di opere di autori celebri, come Pirandello e Ibsen, a pièces originali. Pochi mesi prima, poi, era uscito “Il settimo sigillo”, che aveva ottenuto il Premio speciale della giuria a Cannes, quasi aprendo la strada ai numerosi riconoscimenti che “Il posto delle fragole” avrebbe riscosso di lì a poco, tra cui l’Orso d’oro e il Golden Globe per il miglior film straniero. Proprio dal teatro proviene una parte essenziale del metodo bergmaniano, a partire da molti degli interpreti fondamentali del suo cinema (su tutti Max von Sydow, che in questo film ha il ruolo, apparentemente minore, del benzinaio). Ma la stessa intensità delle relazioni tra i personaggi, come lo spazio tematico garantito a dinamiche familiari disfunzionali e al senso di colpa, ben rintracciabili ne “Il posto delle fragole”, sono debitori alla tradizione drammatica scandinava, che vedeva nel già citato Henrik Ibsen e in August Strindberg i maggiori riferimenti. La critica, inoltre, ha rilevato una forte presenza della cultura figurativa nordica nella messa in scena degli ambienti borghesi, in costante tensione tra l’espressionismo di Edvard Munch e l’equilibratissima luce di Carl Larsson. Per chiudere l’universo referenziale di Bergman è obbligatorio citare il dialogo stretto con la tradizione cinematografica svedese, incarnata specialmente da Victor Sjöström, che non a caso interpreta il protagonista Isak, quasi a creare un ponte simbolico tra generazioni. “Il posto delle fragole”, però, non è solo il prodotto di un incrocio di riferimenti culturali, ma anche il frutto di una profonda riflessione del regista sulla propria esistenza. Come ha sottolineato in diverse interviste, il rapporto irrisolto con la figura paterna, il timore della solitudine e la sofferenza per dei rapporti interpersonali asfittici imposti dalle severe regole borghesi sono comuni tanto a Bergman quanto a molti suoi personaggi, a partire dall’alter ego Isak. Il viaggio da Stoccolma a Lund può diventare, così, un percorso interiore, con la memoria e i sogni come stabile contrappunto. Allusioni culturali e tensione autobiografica riescono a convivere, dal punto di vista stilistico, in una forma estremamente chiara, frutto di una costruzione rigorosa e misurata. I movimenti di macchina sono molto sobri, la fotografia è limpida, e l’alternanza tra realtà e visioni non produce confusione. Al tempo stesso, letture del film univoche o risolutive sono da accantonare: accessibilità e densità speculativa si intrecciano armoniosamente. Per tutte queste ragioni “Il posto delle fragole” ha influenzato il cinema di numerosi autori, tra chi era direttamente interessato a sfruttare il binomio sogno-realtà in chiave autobiografica (Federico Fellini in primo luogo), e chi, da una prospettiva più laterale, voleva omaggiare Bergman attraverso un’ironia amara e un brillante gusto della citazione (Woody Allen). Apprezzato immediatamente dalla critica e amato dal grande pubblico, rimane, dunque, un film in grado di parlare a spettatori diversissimi con equilibrio e profondità. 

Sinossi e critica a cura di Mariastella Cascone e Matteo Cirillo

Introduzione alla proiezione e dibattito a cura di Lorenza Graglia e Matteo Pioldi

Film in versione originale sottotitolata

 

 

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