Il Cinema della Normale

Proiezione di "Lazzaro felice"

Il Cinema della Normale: Sweet Dreams (Are Made Of Film)

LAZZARO FELICE

di Alice Rohrwacher

con Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Luca Chikovani, Agnese Graziani

Durata: 130'

Produzione: Italia, 2018

Premi principali: Miglior sceneggiatura a Alice Rohrwacher, Festival di Cannes (2018) 

In una campagna che sembra fuori dal tempo, cinquantaquattro mezzadri lavorano alle dipendenze della marchesa Alfonsina De Luna. Tra loro, per la sua semplicità e la sua innocenza, spicca Lazzaro, un ragazzo che trova la propria felicità in quella altrui, e che per questo viene spesso sfruttato dagli altri per le mansioni più dure. Quando anche Tancredi, il figlio della marchesa, approfitta della sua ingenuità per inscenare il proprio rapimento, l’esistenza dei mezzadri subisce una svolta inattesa: tutto, di colpo, è destinato a cambiare, tranne Lazzaro e la sua gentilezza.

Preceduto da “Le meraviglie” (2014) e seguito da “La chimera” (2023), “Lazzaro felice” è il capitolo centrale, e forse il più spirituale, della trilogia con cui Alice Rohrwacher ha esplorato il passato italiano, collocandosi a pieno titolo in una tradizione di autori che, come Ermanno Olmi e Pier Paolo Pasolini, hanno saputo raccontare la modernità e le sue disillusioni. E proprio come Olmi e Pasolini, da cui si distingue per uno stile che, dopo quattro lungometraggi, è già inconfondibile, Rohrwacher ricerca la verità delle sue storie a partire dalla scelta del cast, affiancando attori professionisti, come la sorella Alba e Nicoletta Braschi, a interpreti mai apparsi prima sullo schermo. È questo, per esempio, il caso dei cinquantaquattro contadini e dello stesso Adriano Tardiolo, che aveva in prima battuta rifiutato il ruolo di Lazzaro proprio perché convinto di non poter «accettare un lavoro che non si conosce e non si sa fare». Quello di Rohrwacher è quindi un cast variegato, in cui la complicità genuina tra esordienti e professionisti si amalgama alla tensione – centrale nel film – tra passato e presente. “Lazzaro felice” è infatti un’opera bifasica, che segue i suoi protagonisti attraverso ciò che sembra un doppio sequestro: inizialmente tenuti in schiavitù dalla marchesa, che nega loro ogni risorsa del progresso, nonché ogni diritto, i mezzadri vengono poi trapiantati in un universo urbano alla cui brutalità sono costretti, per sopravvivere, ad adattarsi e conformarsi. Fondendo l’ambientazione temporale a quella geografica, il film racconta allora, nelle parole dell’autrice, una «migrazione domestica» dalla campagna alla città. È una «tragedia comica», una transizione che non può concedersi né nostalgia per il passato né illusioni per il futuro, e che, oltre a trovare equivalenti diretti nella recente storia italiana, è al contempo esemplificativa di un presente violento e xenofobo. “Lazzaro felice” somiglia quindi, in parte, a un’opera di denuncia post-neorealista. Ma la denuncia della diffidenza nei confronti dell’altro è, ancora una volta in questo film, accompagnata e rafforzata dal suo opposto luminoso e magico, ossia dalla sconfinata fiducia che il protagonista ripone nel prossimo. Se la religione «organizzata», incarnata dalla marchesa e dalle suore, è di fatto una struttura di mantenimento del privilegio, carica di responsabilità storiche, quella di Lazzaro è al contrario una santità primordiale, astorica, autoevidente eppure inspiegabile. In questo senso, “Lazzaro felice” è, secondo Rohrwacher, una «parabola pagana», che richiede allo spettatore non tanto di «guardare il mondo con gli occhi di Lazzaro», quanto di «guardare Lazzaro nel mondo», e rintracciare, nel suo stare al mondo, «lo stare al mondo di un santo». Complici della sceneggiatura premiata a Cannes, le inquadrature e i colori di ispirazione dichiaratamente religiosa contribuiscono a fissare sullo schermo la santità di Lazzaro. Rohrwacher, insieme a Hélène Louvart, direttrice della fotografia di tutti i suoi film, anche in questo caso opera una mescolanza tra incanto e realismo, alternando scene dall’impianto pittorico a moderne riprese aeree che, con un taglio quasi documentaristico, percorrono il territorio e ne svelano la natura. E proprio a questa natura, reale e onirica allo stesso tempo, è demandato un ruolo particolare. Si tratta infatti della natura del vento, della luna e del lupo, che segue il protagonista fin dentro la città e che restituisce la nota poetica e agrodolce che contraddistingue il cinema di Alice Rohrwacher. Una nota, questa, senza dubbio necessaria per realizzare quello che, secondo la sua autrice, è soprattutto un film che «cerca una leggerezza nello stare al mondo». 

Sinossi e critica a cura di Mariastella Cascone e Matteo Cirillo

Introduzione alla proiezione e dibattito a cura di Pietro Biello e Leonardo Girolami

 

 

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