Proiezione di "Orfeo"
ORFEO
di Virgilio Villoresi
con Luca Vergoni, Giulia Maenza, Aomi Muyock, Lorenzo Talotti, Vinicio Marchioni
Durata: 74'
Produzione: Italia, 2025
Il regista Virgilio Villoresi incontrerà il pubblico prima della proiezione
Fin da bambino, Orfeo ha subito il fascino della grande villa che si trova davanti a casa sua. Una sera, all’uscita dal locale dove si esibisce come pianista, incontra la ballerina Eura Storm. È amore a prima vista e, tra una Milano onirica e sospesa e una baita nelle Dolomiti, i due protagonisti sperimentano una passione sincera, intimamente tratteggiata dallo stupore quasi infantile della reciproca scoperta. L’idillio, però, è destinato a finire bruscamente quando Eura scompare all’improvviso. È per cercarla e riportarla nel suo mondo che Orfeo intraprende un viaggio in un aldilà privato, traboccante di ricordi e ossessioni, a cui non a caso si accede proprio dalla misteriosa villa di fronte.
Con il suo primo lungometraggio, presentato fuori concorso all’ottantaduesima Mostra del cinema di Venezia, Virgilio Villoresi propone un adattamento di “Poema a fumetti”, opera del 1969 di Dino Buzzati inizialmente intitolata “La cara morte” e considerata tra le prime graphic novel mai realizzate. Al tempo della sua pubblicazione, “Poema a fumetti” divise e disorientò la critica: non era né un romanzo né un fumetto, e combinava elementi classici – il riferimento al mito, il tema dell’amore che sfida la morte – all’innovazione di un contesto esplicito e underground. Sfuggiva, quindi, ai canoni tradizionali, così come si può dire oggi, oltre cinquant’anni dopo, della sua trasposizione cinematografica. Se il Buzzati di “Poema a fumetti” era letterato e disegnatore, il Villoresi di “Orfeo” è regista, inventore, giocattolaio, ed è facile immaginarsi il suo set come la bottega del mago, a metà tra un’officina e un gabinetto delle curiosità. Coniugando live-action e stop-motion, l’autore propone infatti un cinema che è artigianato di precisione, un pezzo unico che, nella laboriosità di due anni e mezzo di riprese, trasmette l’importanza di uno sforzo corale di artisti e maestranze. Non è un caso, allora, se i titoli di coda scorrono su una bobina di carta a manovella. Girato in 16 millimetri e diviso in episodi, “Orfeo” è in un certo senso un film di una volta, un’opera fatta a mano, apparentemente senza plastica, in cui risuona, fra tutti, lo sperimentalismo tecnico di George Méliès, il regista, ricordato di recente in “Hugo Cabret” (Martin Scorsese, 2011), che già nel 1902 lanciava un’astronave nell’occhio della luna. È con dispositivi ottici e giochi di specchi, quindi, che Villoresi costruisce un paesaggio onirico, in cui le simmetrie art déco degli interni si alternano ad architetture che, richiamando a tratti l’arte metafisica, si fanno portatrici di attesa e presagi. E l’elemento fantastico, favorito dalla libertà inventiva che può dare solo l’esplorazione di un mondo sconosciuto, si moltiplica nella scoperta dell’aldilà, guidata – più che accompagnata – da una colonna sonora immersiva, opera del pianista e compositore Angelo Trabace. Ma se la musica è la passione di Orfeo, quella di Eura è la danza, presente in più punti del film e specialmente nelle scene del balletto, con un’alternanza di riprese e immagini di repertorio in cui compare la madre dello stesso regista. Nonostante le premesse del mito e la classicità artistica di musica e danza, “Orfeo” riesce a inserirsi con naturalezza nel mondo reale. La pellicola colpisce infatti immediatamente per una sorprendente attenzione ai dettagli dell’esperienza corporea. Da un lato l’orecchio teso del sonoro, che coglie gli strofinii dei tessuti e restituisce sensazioni tattili, e dall’altro lo sguardo attento del punto di vista, aperto tanto al mondo esterno quanto a quello delle sensazioni interne: le luci indefinite delle emozioni, i lampi retinici e le interferenze che, tanto familiari nell’abitudine di un occhio chiuso, stupiscono una volta sullo schermo e si aprono all’interpretazione personale, cementando un senso di connessione con il protagonista. Umano e meccanico, allora, in “Orfeo” trovano un punto di incontro, riunendo arte e tecnica nella loro vicinanza etimologica. A proposito di “Poema a fumetti”, Buzzati dichiarò: «Mi è venuta la voglia di esprimere il mio mondo fantastico così come facevo da ragazzo, scrivendo e disegnando insieme». In perfetta analogia con quello di Buzzati, il mondo fantastico e retrò di “Orfeo” suggerisce una continuità con la visione di Villoresi, e fa desiderare di vedere un giorno – ma senza la fretta e l’urgenza dell’industria cinematografica – il suo prossimo film.
Sinossi e critica a cura di Mariastella Cascone e Matteo Cirillo
Introduzione alla proiezione e dibattito a cura di Giuliano Gatto e Adam Romani
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